La Giornata dell'8 marzo è occasione per chiedere una rete di Centri Antiviolenza aperta a tutte le donne. L'intersezionalità non richiede percorsi separati ma servizi flessibili, capaci di accogliere la complessità di ogni storia
Non solo mimose e festa. Per le donne, l'8 marzo è memoria, è lotta, è conquista, è futuro. Per le donne con disabilità è l’occasione per chiedere e pretendere di costruire, una rete di Centri Antiviolenza (CAV) aperta a tutte le donne, nessuna esclusa. Non è solo uno slogan, ma il principio cardine che deve guidarne l'azione nel loro impegno quotidiano.
Una rete sempre più competente e specializzata nell'accoglienza della totalità dell'esperienza femminile, con un'attenzione particolare a chi rischia di rimanere invisibile, come le donne con disabilità. Il territorio lombardo è ricco di istanze, competenze e buone pratiche: realtà come la rete Artemisia (promossa da Fondazione Somaschi, LEDHA Ceas e fondazione ASPHI) o il progetto PRIDE (realizzato da LEDHA, CBM e Istituto dei Sordi di Torino)rappresentano un patrimonio di conoscenza prezioso che deve essere valorizzato e messo a sistema.
La violenza contro le donne con disabilità assume infatti forme specifiche e spesso subdole, che si aggiungono e si intrecciano con quelle psicologiche, fisiche ed economiche. Non si tratta solo di maltrattamenti ma anche di violenza economica (come il controllo o la sottrazione della pensione di invalidità), della negazione di farmaci o di ausili essenziali, dell'abbandono in luoghi inaccessibili, della manipolazione psicologica legata al rapporto di dipendenza dal caregiver, fino alla violenza sessuale agevolata dalla condizione di vulnerabilità che non può essere letta soltanto come fragilità individuale, ma deve essere affrontata come un fenomeno strutturale, culturale e politico.
Accogliamo con favore l'attenzione che il Piano Antiviolenza di Regione Lombardia dedica al tema delle donne con disabilità e alla presa in carico specializzata. È proprio a partire da questa attenzione che vogliamo offrire il nostro contributo propositivo, forte dell'esperienza maturata sul campo. Crediamo che oggi si apra una preziosa opportunità per co-progettare insieme un sistema sempre più efficace e inclusivo.
Crediamo fermamente che la strada maestra per contrastare la violenza sia un approccio universalistico: un modello in cui tutte le donne, con le loro specificità e i loro molteplici bisogni, possano trovare accoglienza in ogni Centro antiviolenza. L'intersezionalità - l'intersecarsi di diverse condizioni come disabilità, origine, situazione sociale - non richiede percorsi separati, ma al contrario servizi formati e flessibili, capaci di accogliere la complessità di ogni storia.
L'obiettivo che ci unisce è contrastare lo stigma e la discriminazione. Per farlo nel modo più efficace, è fondamentale evitare meccanismi che possano, involontariamente, istituzionalizzare la diversità. Un sistema che separa le donne in categorie rischia di produrre l'effetto opposto a quello desiderato. La vera inclusione si realizza quando la diversità viene accolta e valorizzata all'interno di un contesto comune, come arricchimento per l'intera comunità.
Il principio guida deve essere la garanzia di pari dignità e pari accesso per ogni donna che si rivolge alla rete antiviolenza. L'orientamento all'inclusione significa che nessun CAV deve poter escludere una donna in base alla sua condizione. Al contrario, tutti i servizi devono essere messi nelle condizioni di poter offrire un'accoglienza competente e appropriata a ciascuna, attraverso la formazione continua e il supporto esperto e qualificato.
È fondamentale evitare soluzioni che incanalino le donne con disabilità vittime di violenza verso strutture esclusive come RSD, RSA o Centri antiviolenza riservati, poiché ciò violerebbe il principio di inclusione. I CAV devono invece operare in una logica di rete, con cooperazione attiva di figure specialistiche e protocolli operativi che garantiscano l'accessibilità e il supporto all'autonomia.
La vera leva per un cambiamento duraturo è la formazione. Una formazione obbligatoria e trasversale per tutte le operatrici e gli operatori della rete sui temi della disabilità, del disagio psichico, delle migrazioni e di ogni altra condizione che possa generare bisogni specifici. Formare il personale significa dotare l'intero sistema della competenza necessaria per riconoscere e accogliere ogni forma di violenza, senza bisogno di creare percorsi separati.
Ricordiamo che adottare una lente universalistica significa ribaltare la prospettiva: non è la donna a doversi adattare a procedure standardizzate, ma è il sistema di presa in carico che deve essere sufficientemente solido, flessibile e formato per potersi adattare alle esigenze di ciascuna. Investiamo quindi nella flessibilità organizzativa e nella personalizzazione degli interventi, perché ogni donna possa trovare la risposta di cui ha bisogno nel modo e nei tempi giusti per lei.
Siamo convinti che l'obiettivo di costruire una società libera dalla violenza di genere per tutte le donne, nessuna esclusa, e davvero inclusiva sia un obiettivo condiviso. Le competenze, le esperienze e le proposte che mettiamo a disposizione vogliono essere un contributo per arricchire e migliorare il sistema, nella convinzione che solo camminando insieme - istituzioni, CAV, associazioni delle persone con disabilità e terzo settore – si possa tradurre in pratica concreta il diritto universale di ogni donna con disabilità a una vita libera dalla violenza. Essere "Vicini ad ogni donna" significa esattamente questo: esserci, nel modo e nella forma di cui quella specifica donna ha bisogno per essere vista, ascoltata, creduta e accompagnata verso la libertà da ogni tipo di violenza.
Gruppo Ledha Donne