La serie di Michele Soavi ambientata nell’ex ospedale psichiatrico di Magliano riflette su stigma, segregazione e autodeterminazione. Una storia che parla del passato ma interroga ancora il presente.
“Le libere donne” è una serie televisiva ambientata nell’ex ospedale psichiatrico di Magliano (Lucca) nei primi anni ’40 del Novecento che narra la vicenda del dottor Tobino, psichiatra “illuminato”, quasi un precursore di Basaglia, e di alcune donne ricoverate nella struttura. È una storia di fragilità, di stigma e prevaricazione, ma anche di coraggio e volontà di cambiare le cose in un’Italia dove opporsi al potere poteva significare anche la morte.
A cinquant’anni dalla Legge Basaglia (Legge 180/1978) la serie ci ricorda innanzitutto l’esistenza nel nostro Paese di luoghi “di cura” dove le persone ricoverate venivano considerate solo soggetti da contenere e privati di dignità e diritti.
Se a questa visione della malattia mentale aggiungiamo il fatto che le protagoniste sono donne, che a quei tempi raramente potevano decidere del proprio destino, capiamo che siamo di fronte a una narrazione di donne prevaricate, abusate, segregate.
Il rischio qui è di pensare che si tratti di una storia passata. Che grazie a persone come il dottor Tobino la realtà sia cambiata, per cui la visione di fiction del genere serve solo a far conoscere il passato. Purtroppo la realtà ci dice che non è così, che il rischio di regressione e di perdita di conquiste che diamo per scontate è sempre in agguato.
Oggi è importante mantenere alta l’attenzione. Tutelare la dignità di ogni persona, indipendentemente dalla sua condizione psicofisica o sociale, e garantire, per quanto possibile, il diritto all’autodeterminazione restano obiettivi fondamentali, necessari per non arretrare nella tutela dei diritti di tutti.
"Le libere donne", di Michele Soavi con Lino Guanciale è disponibile sulla piattaforma RaiPlay. Recensione di Donata Scannavini per il numero di aprile della newsletter "Cinema e disabilità"