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26 Giugno 2021

Insulti a una donna con disabilità, la Corte d’appello di Torino conferma la condanna per discriminazione

L’avvocato Zavettieri era stata offesa su Facebook a causa della sua disabilità. Il giudice di secondo grado ha ribadito che la dimensione pubblica delle offese ha colpito tutta la comunità delle persone con disabilità

La Corte d’Appello di Torino ha confermato la sentenza di condanna emessa dal Tribunale di Verbania nel 2016 nei confronti di due persone che -tramite Facebook- avevano denigrato e pesantemente insultato Giovanna Zavettieri, avvocato e donna con acondroplasia, malformazione congenita rara, che causa la forma più diffusa di nanismo. I due condannati avevano pubblicato frasi ed espressioni diffamatorie e discriminatorie, proprio perché riferite all’acondroplasia della donna. “Siamo soddisfatti per l’esito di questa vicenda, che conferma quanto stabilito dalla sentenza di primo grado -commenta l’avvocato Laura Abet del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi-. In particolare, per il riconoscimento della discriminazione e della gravità dell'offesa ai danni dell’avvocato Zavettieri. Il giudice ha ben compreso questo particolare e ha emesso una sentenza importante a favore di tutte le persone con disabilità che sono vittime di offese e molestie che, al pari di una discriminazione, sono sanzionalbili ex lege 67/2006. Una sentenza che fa cultura e che traccia un inciso verso una maggiore tutela dei diritti delle persone con disabilità”.

La dimensione pubblica delle offese rivolte alla persona con disabilità rappresenta infatti non solo un danno alla persona direttamente coinvolta, ma anche un danno oggettivo a tutte le persone con disabilità. Inoltre, tali offese costituiscono un grave e concreto danno alle azioni associative di promozione e tutela, perché contribuiscono a rafforzare lo stigma negativo verso le persone con disabilità, il cui valore come persone viene negato alla radice da espressioni così gravemente ingiuriose. 

La vicenda aveva avuto inizio nel 2013, a seguito di una denuncia di querela presentata dalla vittima. La donna, che di professione è avvocato, aveva denunciato di essere stata pesantemente insultata e denigrata proprio per la sua disabilità da due persone a seguito di un diverbio maturato nell’ambito della sua attività lavorativa.  In primo grado i due imputati erano stati condannati a mesi[l1]  di reclusione e al risarcimento dei danni a favore della vittima, oltre al risarcimento dei danni nei confronti delle tre associazioni che si sono costituite parte civile: LEDHA - Lega per i diritti delle persone con disabilità, Aisac (Associazione per l’informazione e lo studio dell’acondroplasia) e Acondroplasia insieme per crescere.

Nel loro ricorso in appello, i due condannati hanno lamentato il fatto che non ci fossero elementi sufficienti per rendere individuabile la persona destinataria delle frasi denigratorie. Il Giudice d’Appello però, ha stabilito che i post su Facebook “si contraddistinguono per il riferimento costante al ‘nanismo’ della persona destinataria delle frasi di scherno, che interessa un numero assai limitato di persone nell’intero territorio nazionale e a maggior ragione nel contesto territoriale di riferimento dei due appellanti e della persona offesa”. Tutte le persone coinvolte, infatti, vivono e operano all’interno di un ambito territoriale assai ristretto, motivo per cui l’avvocatessa è stata facilmente identificata anche se il suo nome non è stato scritto esplicitamente.

Il giudice di secondo grado ha quindi confermato la condanna espressa in primo grado verso i due imputati e anche l’importo del risarcimento, pari a 10mila euro, a favore della vittima ritenendone “del tutto adeguata” l’entità. Ciò che è stato affermato con queste sentenze è che è del tutto legittimo rivolgersi al giudice per far accertare che le offese ai danni di una persona con disabilità possono e devono essere riconosciute come tali e punite per legge, ma che sono state riconosciute sia dal Giudice di I che di II grado, in quanto ritenute inaccettabili nella società attuale governata da leggi a tutela dei diritti delle persone con disabilità.

"Ritengo che giustizia sia stata fatta e che la Corte d'Appello abbia capito la gravità dei comportamenti denigratori degli imputati ed abbia tutelato la persona offesa e di tutte le persone disabili che si trovano ad affrontare insulti quotidiani, confermando le ottime motivazioni del Tribunale di prime cure, anche in ragione della mancata resipiscenza dei due imputati", commenta l'avvocato Giacinto Corace, difensore di Giovanna Zavettieri.

“Offese e insulti come quelli rivolti all’avvocato Zavettieri, pregiudicano la faticosa attività quotidiana delle associazioni impegnate per la tutela dei diritti delle persone con disabilità, che ogni giorno si battono per promuoverne la piena inclusione e il rispetto dei diritti -commenta Marco Sessa, presidente di Aisac-. La sentenza del tribunale di Verbania ribadisce l’importanza del principio di non discriminazione e afferma il ruolo svolto dalle associazioni. Ma siamo consapevoli che il nostro impegno per la tutela dei diritti delle persone con disabilità dovrà continuare”.

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